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Kijila: quando un filosofo angolano insegnò all'Italia a pensare come un Bantu

Un libro raro, autografato, pubblicato in una piccola casa editrice barese. Eppure dietro queste pagine c'è una delle avventure intellettuali più straordinarie del Novecento italiano.

C'è qualcosa di paradossalmente poetico nell'idea che uno dei testi fondativi della filosofia africana in lingua italiana sia stato pubblicato da una piccola casa editrice di Bari — l'Edlico — e non da un grande marchio milanese o romano. È come se la periferia geografica avesse riconosciuto, prima del centro, il valore di una periferia culturale che periferia non era affatto.

Quel libro si chiama Kijila. Per una filosofia Bantu, e il suo autore è Pedro Francisco Miguel: filosofo, teologo, scrittore angolano, e figura tra le più affascinanti del panorama culturale italiano del tardo Novecento.

Pedro Francisco Miguel nasce il 17 novembre 1941 a Casseno di Golungo Alto, in Angola, che all'epoca era ancora una colonia portoghese. Cresce in un ambiente domestico che è già, nella sua essenza quotidiana, un campo di tensione culturale: da un lato il villaggio con le sue tradizioni intatte, dall'altro la cultura coloniale che soffoca identità e memoria. Arrivano gli anni sessanta e in Angola scoppia la lotta per l'indipendenza. Una parte dei giovani resta a combattere, altri vanno via a cercare fortuna altrove.

Miguel arriva in Italia, studia all'Università degli Studi di Bari (dove si laurea in filosofia summa cum laude, con una tesi sui Canali epifanici dell'Etica Bantu) Nel 1977, tra una laurea e l'altra, Pedro decide di andare in Brasile con l'ambizioso progetto di condurre una ricerca antropologica sulle religioni afro-brasiliane nell'ambito dell'Università Cattolica di São Paulo. Per mantenersi, lavora in una fazenda — una fattoria — come insegnante e amministratore, trovandosi a fare i conti con metodi di trattamento dei lavoratori che lui stesso definisce "schiavisti".

Ed è in Brasile che lo raggiunge Fortunata Dell'Orzo, la compagna conosciuta attraverso amici comuni ai tempi dei perfezionamenti all'Università di Grenoble. Si sposano il 22 agosto 1979 a Rio de Janeiro. Nel novembre del 1980 nasce il loro figlio, e pochi giorni dopo decidono di tornare in Angola. Ma una volta giunti in Italia per il viaggio di transito, ricevono notizie che la situazione in Angola non è sicura per una famiglia con un neonato. Restano in Italia. Per sempre.

E da quella permanenza quasi accidentale nascerà tutta la loro straordinaria produzione culturale.

Kijila: cosa significa quella parola? Il titolo del libro non è ornamentale: kijila è una parola della lingua Kimbundu, la lingua del popolo Mbundu, parlata in Angola centrale, e rimanda al concetto di proibizione, di tabù, di limite morale che la comunità impone a sé stessa per preservare l'armonia. È già in quel titolo, quindi, un programma filosofico: non una filosofia dell'individuo che rivendica libertà assoluta, ma una filosofia della relazione, del limite scelto, del rispetto come fondamento etico.

Il concetto attorno cui ruota Kijila e attorno cui Miguel costruirà gran parte della sua opera successiva, è quello di Forza Vitale, in portoghese e kimbundu força vital. Non è un'invenzione di Miguel: il termine è stato introdotto nel dibattito filosofico occidentale dal missionario belga Placide Tempels nel suo celebre La Philosophie Bantoue (1945), ma è Miguel a riportarlo nel contesto di una riflessione autenticamente africana, liberata dalle incrostazioni paternalistiche del colonialismo culturale.

Per i Bantu, la Forza Vitale è il principio ordinatore dell'universo intero: degli esseri umani, degli animali, delle piante, degli antenati, degli spiriti. Tutto ciò che esiste partecipa di questa forza, e la salute, individuale e collettiva, coincide con il suo corretto equilibrio.

Perché leggere Kijila oggi? In un tempo in cui il dibattito sull'Africa e sulle culture africane è spesso prigioniero o dello stereotipo pietistico o della retorica identitaria, Kijila offre qualcosa di raro: un pensiero rigoroso, nato dall'interno di quella cultura, che non chiede scuse e non cerca approvazione. Dice semplicemente: ecco come noi concepiamo il mondo, l'uomo, il tempo, la comunità, la morte. 

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Posted in: Il libro del giorno

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