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La zattera di Ambrogio Fogar: 74 giorni tra la vita e la morte nell'Atlantico del Sud

C'è una copertina che fa già capire tutto: un uomo seduto nell'imboccatura di una piccola zattera gonfiabile, con il mare mosso alle spalle, il gesto della mano aperto come a dire "eccomi, sono qui, ce l'ho fatta".

Quell'uomo è Ambrogio Fogar, e quella zattera è diventata uno dei simboli più potenti dell'avventura italiana del Novecento.

Nato a Milano nel 1941, Fogar era tutto insieme: navigatore, esploratore, scrittore e conduttore televisivo. Uno di quegli italiani straordinari che negli anni Settanta riuscivano a unire l'impresa sportiva alla narrazione, portando il grande pubblico con sé attraverso libri e televisione.

Aveva già attraversato il Nord Atlantico in solitaria nel 1972, con il timone in avaria per quasi tutto il viaggio, diventando uno dei primi due italiani a compiere questa impresa.

Ma la storia che lo avrebbe reso leggendario doveva ancora arrivare. Nel gennaio 1978 Fogar parte dall'Argentina con un piano ambizioso: raggiungere il Polo Sud e compiere un'attraversata a piedi sul ghiaccio, dopo aver già girato il mondo in solitaria in barca a vela.

Con lui, a bordo del suo fedele veliero Surprise, sale il giornalista italiano Mauro Mancini, curioso di conoscere da vicino Fogar nel suo ambiente naturale: la sfida.

Il 18 gennaio 1978, al largo delle isole Falkland nel Sud dell'Oceano Atlantico, l'imbarcazione viene colpita da un branco di orche o balene e affonda in pochissimo tempo. I due si ritrovano in mare aperto, nei cosiddetti "quaranta ruggenti", una delle zone più tempestose e inospitali del pianeta.

Ecco il dettaglio che lascia senza fiato: i due riuscirono a portare con loro sulla zattera autogonfiabile di salvataggio solo un po' di zucchero e un pezzo di pancetta.

Con queste provviste quasi inesistenti, sopravvissero bevendo acqua piovana e nutrendosi di una specie di telline che si attaccavano al fondo della zattera, riuscendo a uccidere a colpi di remi due cormorani nelle settimane successive.

Settantaquattro giorni. Telline, cormorani e acqua piovana.

Il 2 aprile, dopo 74 giorni alla deriva, i due vengono finalmente individuati e soccorsi dal mercantile greco Master Stefanos, In gravissime condizioni, hanno perso circa 40 chilogrammi ciascuno.

Ma la storia non ha un lieto fine. A soli 48 ore dal salvataggio, Mauro Mancini moriva a causa di una forte e improvvisa polmonite.

Tornato in patria, Fogar dovette difendersi da varie e infondate accuse per la morte dell'amico giornalista.

Fu un periodo durissimo, fatto di insinuazioni e pettegolezzi. La cosa più toccante? Mancini stesso aveva lasciato uno scritto per elogiare la bravura e la correttezza di Fogar. Perfino dall'orlo della morte, l'amico aveva voluto proteggere la reputazione di chi gli era stato accanto.

La zattera non è soltanto l'autobiografia di un naufrago o la radiografia di una tragica avventura, ma anche e soprattutto il documento della forza morale di due uomini alla deriva e della loro rettitudine.

Nel 1979 il libro vinse il Premio Bancarella Sport, uno dei riconoscimenti letterari più popolari in Italia. Un premio guadagnato non con la fiction, ma con la verità nuda e cruda di chi il mare lo ha vissuto davvero, fino in fondo.

Nel 2010 la famiglia Fogar ha donato la zattera su cui Ambrogio rimase per 74 giorni al Galata, Museo del Mare di Genova. Oggi si può andare a vederla. È piccola. Incredibilmente piccola per contenere due vite sospese tra l'oceano e la morte per quasi due mesi e mezzo.

La zattera è uno di quei libri che si leggono in poche ore ma che restano addosso per molto più tempo. Non perché sia scritto in modo straordinario, ma perché è straordinaria la storia che racconta e perché, dietro ogni pagina, c'è il peso reale di due persone che hanno guardato in faccia la fine del mondo e hanno deciso di non mollare.

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Posted in: Il libro del giorno

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